La tradizione della pesca al pesce spada in Calabria

C’è un tratto di mare, là dove la Calabria quasi tocca la Sicilia, in cui ancora sopravvivono i riti di pesca di una volta. Nelle acque dello Stretto di Messina va in scena da millenni un duello ravvicinato – ma leale – tra l’uomo e il grande “re” del mar Tirreno: il pesce spada. Non una semplice battuta di pesca al pesce spada, ma un vero rituale collettivo sospeso tra mito, rispetto e sopravvivenza.

L’anatomia della feluca: l’imbarcazione utilizzata dai pescatori

Se un tempo la caccia si faceva a forza di braccia sui luntri (le storiche barche a remi), oggi i pescatori solcano le acque a bordo delle feluche. Queste imbarcazioni sono dei veri e propri capolavori di carpenteria navale e ingegneria visiva, immediatamente riconoscibili per due strutture estreme. Al centro dello scafo svetta una torre d’avvistamento in acciaio che tocca i 20-25 metri d’altezza. Lassù, immobile sotto il sole, siede l’avvistatore: i suoi occhi esperti devono saper leggere ogni minima increspatura o bagliore argenteo sotto il pelo dell’acqua. Il secondo elemento distintivo è la passerella protesa nel vuoto: dalla prua si allunga una strettissima passerella metallica che si spinge in avanti per 25-30 metri. Sulla sua punta estrema, sospeso a un soffio dalle onde, attende il fiocinatore (il lanziere), pronto a scagliare il colpo decisivo non appena la barca si allinea alla preda. A coordinare questo meccanismo perfetto è il comandante, posizionato su una cabina di pilotaggio sopraelevata sul traliccio per avere la massima visuale e manovrare all’istante.

Tra costellazioni e devozione: il mito della caccia

Le battute di pesca— note storicamente come spatàre — si concentrano nei mesi estivi, da maggio ad agosto, quando i pesci spada risalgono lo Stretto per riprodursi, nuotando vicino alla superficie proprio lungo le coste che uniscono Scilla e Bagnara Calabra.

La pesca è scandita da codici millenari e gesti dal sapore sacro, come la Palla Fenicia: sulla prua svetta una sfera di legno dipinta di blu o rosso, decorata con le stelle dell’Orsa Maggiore. È un amuleto di origine fenicia, un antico riferimento astronomico per propiziare la rotta e la buona sorte.

Un secondo elemento tradizionale che ancora sopravvive è la Cardàta da’ crùci: una volta issato a bordo il pesce, si compie un gesto di rispetto verso l’animale sconfitto. Il pescatore incide con l’unghia quattro segni a forma di croce sulla guancia destra dell’animale. È un rito di profondo rispetto, un ringraziamento per il sacrificio del maestoso avversario.

Fino a non molti anni fa, la cattura era accompagnata da canti intonati in una lingua mista a greco antico (la bagnarota o grecanico). Si riteneva infatti che il pesce spada, creatura nobile e sensibile, potesse essere ammansito solo dalle parole di quella lingua antica.

Un tesoro gastronomico protetto da Slow Food

Il pesce spada dello Stretto ha una carne straordinariamente soda e magra. Il merito è delle fortissime correnti marine della zona, che costringono l’animale a un nuoto continuo e vigoroso.

In tavola, la Calabria lo celebra con ricette leggendarie: dal classico pesce spada alla ghiotta (arricchito con sugo di pomodoro, olive e capperi) fino alla semplicità del taglio di pesce spada alla griglia condito con il salmoriglio locale (un’emulsione di olio, limone, aglio e origano).

A maggio del 2024, questo incredibile patrimonio è diventato ufficialmente un Presidio Slow Food. Questo importante riconoscimento non tutela soltanto una prelibatezza gastronomica, ma protegge un intero sistema culturale e artigianale. La pesca con la feluca è infatti l’antitesi della pesca industriale: è altamente selettiva (si cattura un solo esemplare alla volta) e sostenibile, un esempio virtuoso di come l’uomo possa convivere con il mare senza depredarlo.